Google Wave: abbiamo scherzato
Dopo una lunga pausa durante la quale altre attività mi hanno completamente assorbito, ritorno a dedicarmi a questo blog che mi permette di discutere delle cose che in vari intrecci e combinazioni mi interessano. Nel rimetterlo in vita osservo che l’ultimo post utile, tolti i due sulla definizione del sito portfolio che oggi non hanno ragione di esistere, è l’articolo in cui trattavo con toni entusiastici della nascita di Google Wave.
Quale migliore occasione, passato poco più di un anno dalla sua disponibilità di massa, per fare un bilancio di quella che mi era sembrata una così promettente tecnologia? Come molti di voi sapranno, il bilancio non è molto positivo. Io ho avuto modo di usare Google Wave come piattaforma collaborativa per lo scambio di idee “non strutturate” su potenziali progetti comuni con persone più o meno lontane. Non era male ma il fatto che fosse sostanzialmente un mondo chiuso al suo interno era il suo più grande limite. Poi un po’ si notava che forse la stessa Google aveva un po’ smesso di crederci.
Google Wave non doveva essere intesa come una mail del nuovo millennio (un po’ anche io ero caduto in tale errore prima di provarla) perché la mail che abbiamo è perfetta e difficilmente potrà essere sostituita a breve. Piuttosto va intesa come una piattaforma collaborativa utile per condividere idee, bozze, documenti tra gruppi di lavoro di dimensione non eccessive. Ottima anche per scrivere documenti a più mani in tempi e spazi diversi. Ottime per molte situazioni ma probabilmente non per il grande pubblico o comunque per l’utente domestico. Questo impedisce probabilmente di fare i grandi numeri a cui Google è abituata.
Questo forse è il motivo che ha spinto Google, nell’Agosto di quest’anno, ad interrompere ogni sviluppo di Wave. Parte del codice è stato reso open source e l’attuale piattaforma rimarrà disponibile anche se prima o poi immagino la dismetteranno.
E’ stato comunque un bel tentativo. Forse un po’ prematuro. O forse se ne è sbagliato il target.


